Tag: Covid-19

3
Feb

I virus e la biologia molecolare

La scoperta di particelle virali, in quanto entità biologiche parassitarie obbligate, la si attribuisce a Martinus Willem Beijerinck, microbiologo e botanico olandese, quando, nel 1898, dimostrò che la malattia causante l’arresto della crescita delle piante del tabacco, denominata “mosaico del tabacco” poiché conferiva alle foglie un aspetto punteggiato a mosaico, era causata da un agente infettivo di dimensioni inferiori a quelle di un batterio.
Tali particelle furono classificate con il nome di “virus”, che in latino significa veleno, ma fu solo negli anni ’30, con l’invenzione del microscopio elettronico, che si riuscì per la prima volta a vederle. Invece l’identificazione della maggior parte dei virus che infettano animali, piante e batteri avvenne nella durante la seconda metà del XX secolo.
I virus hanno molte somiglianze con gli esseri viventi, ma presentano delle caratteristiche specifiche. Sono parassiti intracellulari obbligati, ovvero possono sopravvivere solo utilizzando le risorse di una cellula ospite. Sono in grado di infettare ogni tipo di cellula inclusi batteri, archea, protisti, piante, funghi ed animali (quelli che infettano i batteri sono detti batteriofagi). Sono costituiti da un Core di acido nucleico e sono i microrganismi più diffusi sulla terra.
Una delle loro peculiari caratteristiche è quella di avere dimensioni molto ridotte, tra i 20 nm e i 300 nm. Inoltre al loro interno contengono DNA o RNA a singolo o doppio filamento, ma mai entrambe, e il loro Core, costituito da subunità proteiche dette Capsomeri, è circondato da un rivestimento proteico detto Capside.

I virus possono presentarsi in due forme, “nudi” o “rivestiti”. I virus nudi sono formati esclusivamente da acidi nucleici e dal Capside che li circonda. Ne sono un esempio i batteriofagi. Mentre i virus rivestiti, oltre al capside, presentano una membrana più esterna chiamata Pericapside (Envelope) che deriva dalla membrana plasmatica della cellula ospite e, come tale, è costituita principalmente da fosfolipidi, ma anche da polisaccaridi e proteine (generalmente glicoproteine). La membrana acquisita gli permette di penetrare più facilmente all’interno delle cellule suscettibili, rendendo cosi più difficile la risposta immunitaria dell’ospite. Il virus SARS-CoV2, appartenente alla famiglia dei Coronavirus, è un esempio di virus rivestito composto da un singolo filamento di RNA a carica positiva (ssRNA+).
Come già accennato parlando delle loro caratteristiche, i virus riescono a riprodursi solo all’interno delle cellule ospiti e possono infettare animali, vegetali e batteri. Attaccandosi alla superficie cellulare, un virus penetra al suo interno ed effettua la sintesi dei componenti virali che vengono poi assemblati e rilasciati come virus completi dalla cellula ospite.

I Coronavirus (CoV), appartenenti alla famiglia dei Coronaviridae, possono causare diverse malattie a spettro sintomatico. Considerati causa primaria del comune raffreddore, sono responsabili anche di sindromi respiratorie severe come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave). I virioni, singole particelle virali, hanno un diametro di medio di circa 100-160 nm, sono poleimorfi e rivestiti da pericapside con un grosso genoma ad ssRNA lineare (fino a 27-32 Kb).
Il loro nome deriva dalla presenza di spicole molto evidenti sul pericapside che sembrano formare una “corona” intorno alla particella virale.
Tra gli ospiti del Coronavirus troviamo molte specie animali, tra cui anche l’uomo.

I Coronavirus umani conosciuti, comuni in tutto il mondo, sono sette, identificati a partire dai primi anni Sessanta fino ad oggi e sono:

1- 229E (alphacoronavirus)
2- NL63 (alphacoronavirus)
3- OC43 (betacoronavirus)
4- HKU1 (betacoronavirus)

Questi primi quattro causano lievi malattie del tratto respiratorio superiore, incluso il comune raffreddore.

5- SARS-CoV (betacoronavirus, causa della sindrome respiratoria acuta grave)
6- MERS-CoV (betacoronavirus, causa della sindrome respiratoria mediorientale)
7- SARS-CoV2 (betacoronavirus, causa della COVID-19)

La sindrome respiratoria acuta grave è stata registrata per la prima volta in Cina nel novembre del 2002, causando un’epidemia mondiale che tra il 2002 e il 2004 ha registrato 8.098 casi probabili di cui 774 decessi. Dal 2004 non si sono registrati casi di infezione da SARS-CoV in nessuna parte del mondo.
La sindrome respiratoria mediorientale è stata registrata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2013 e, da allora, l’infezione ha colpito persone da oltre 25 paesi, anche se tutti i casi hanno compito sono stati collegati a Paesi interni o nelle vicinanze della penisola arabica.
I primi casi sospetti attribuibili alla COVID-19, invece, sono stati riscontrati a Wuhan il 31 dicembre del 2019 e, il 9 gennaio dell’anno seguente, l’OMS comunica che è stato individuato un nuovo ceppo di Coronavirus, 2019-nCoV.
Questo nuovo ceppo sembrerebbe nato nei pipistrelli e successivamente veicolato da una specie di serpente. Le analisi di sequenza dell’intero genoma di 104 isolati virali da pazienti e zone diverse mostra analogie per il 99,9%, senza mutazioni significative, con omologia con SARS-CoV dell’80% e di oltre il 90% con il coronavirus dei pipistrelli.

Le fasi dell’analisi molecolare volte all’individuazione del SARS-CoV2 sono:

• Estrazione dell’acido nucleico
• Retro-trascrizione da RNA a cDNA e amplificazione dello stesso
• Fase di amplificazione in Real Time per valutare la presenza o assenza di genoma virale

A cura di:

Dott.ssa Marina Baldi

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27
Gen

SARS-CoV2: Tra screening e diagnosi

Il 29 gennaio si svolgerà l’incontro formativo “SARS-CoV2: Tra screening e diagnosi”, un appuntamento incentrato sulle peculiarità di un test piuttosto che un altro.

I TEST

Per rilevare l’infezione da SARS-CoV2, responsabile della malattia COVID-19, sono disponibili diversi tipi di test, non sovrapponibili tra loro, però, in termini di affidabilità ed efficacia.
Approfondiremo ed analizzeremo insieme a professionisti del settore, quali la Dott.ssa Marina Baldi e la Dott.ssa Francesca Spinella, le diverse possibilità e situazioni.

Il Webinar organizzato da Evolvo

L’appuntamento si svolgerà il giorno 29 gennaio 2021 alle ore 18:00 su piattaforma Zoom per il webinar targato Evolvo Group.

Scarica la locandina dell’evento
Iscriviti gratuitamente al Webinar

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11
Ago

Napoli, morto per Coronavirus. Indagati 10 medici per omicidio colposo

La notizia riguarda Luigi Statira, cittadino di Piano di Sorrento deceduto alla fine dello scorso marzo, per il quale la Procura di Torre Annunziata (ufficio guidato dal procuratore Nunzio Fragliasso) ha deciso di procedere alla riesumazione della salma per un’autopsia in seguito alla querela esposta dai familiari.

LA STORIA

Era l’8 marzo quando il signor Statira iniziò a manifestare tosse e febbre alta. Preoccupati dallo stato di salute del 75enne i familiari contattarono il medico di famiglia, Federico Coppola, il quale, però, si limitò a tranquillizzarli sulle sue condizioni. Giunti al 15 marzo le condizioni di Statira peggiorano e, a quel punto, il medico prescrive telefonicamente una infiltrazione di Rocefin e Bentelan, senza però avanzare richiesta di tampone o ricovero in ospedale.
Stando alla denuncia – come raccontato da Il Mattino – (che, va ricordato, resta al momento una versione di parte) il quadro clinico dell’uomo si aggrava, riuscendo ad ottenere così la visita di due sanitari della guardia medica che evidenziarono la presenza di una bronchite in corso e disposero una cura a base di sciroppo sedativo e vitamina b (anche in questo caso niente tampone). Arrivati al 19 marzo l’ambulanza lo prelevò dalla sua abitazione per trasportarlo all’ospedale di Sorrento. Dopo qualche giorno, il 24 marzo, il trasferimento al Loreto Mare, mentre dal Cotugno arriva il tampone che accerta la positività da coronavirus. Il 30 marzo, il decesso.

AVVERTIMENTI A MEDICI

Vi ricordate quando qualche mese fa vi parlavamo dei possibili sinistri da Coronavirus e per colpa del Coronavirus a cui sarebbero potuti andati in contro tutti gli operatori sanitari?
Il primo caso si verifica quando, ad esempio, un medico, spostandosi da un reparto all’altro di un ospedale, contrae il virus da un paziente e lo trasmette a un altro. Il secondo caso invece si verifica, ad esempio, quando il medico, oberato da turni di lavoro strazianti o messo nelle condizioni di non poter dare assistenza a tutti per mancanza di risorse, viene accusato di aver “trascurato” un dato paziente con conseguente aggravamento del suo quadro clinico.
A tal proposito citiamo un passaggio della “Lettera aperta ai tempi del Coronavirus” redatta dall’Avvocato Gianluca Mari di Giustizia Professionale:
“Vi preghiamo di voler registrare ed annotare tutto, le cose buone, le eccellenze, il buon andamento e funzionamento del sistema. Tuttavia, forse ancora più importante, Vi preghiamo di registrare ed annotare tutto ciò che non sta funzionando, le difficoltà che riscontrate, le carenze tecnico-organizzative, la mancanza di presidi, la mancanza di posti letto, le reazioni eventualmente poco piacevoli di pazienti e parenti degli stessi, l’assenza di controlli… In sostanza tutto. Mai come oggi siate completi nella documentazione clinica, nel rapporto diretto e chiaro con i pazienti e i parenti, nel registrare ogni singolo accadimento tenendo una traccia che resti a Voi.”
Questa lettera è stata scritta per mettere in guardia i medici e tutti gli operatori sanitari dai possibili rischi clinici derivanti dalla particolare situazione in cui si trovava la nostra nazione, una situazione che, purtroppo, in molti casi ha distratto l’attenzione del medico, l’ha spostata verso altro comportando delle ripercussioni alla sua figura professionale.
Il caso sopra riportato riguarda proprio un sinistro per “colpa” del Coronavirus, in cui il paziente è stato, a detta dell’accusa, trascurato dalle autorità sanitarie, con conseguente aggravamento del quadro suo clinico fino ad arrivare al decesso dello stesso. Ora solamente l’autopsia ordinata dalla Procura di Torre Annunziata rivelerà se sia stato effettivamente adottato un comportamento negligente da parte del personale sanitario, dando ragione ai familiari del defunto, o se invece quanto è accaduto è stata una conseguenza delle poche risorse a disposizione degli operatori sanitari, come la mancanza di personale, di tamponi, di posti letto o di altre mancanze che si sono verificate in molte delle strutture sanitarie della nazione.
Però una cosa è certa, Vi avevamo avvisato sulla possibilità che situazioni simili si verificassero e Vi avevamo avvertito sulle possibili conseguenze, dandovi anche dei consigli su come affrontare tali evenienze in maniera tale da ottenere, per voi, la migliore tutela legale professionale possibile.
È in casi come questi che la soluzione migliore per Voi è quella di avere una polizza di responsabilità civile abbinata ad una polizza di tutela legale, il tutto coordinato da una figura altamente specializzata, un consulente di brokeraggio totalmente schierato dalla Vostra parte che Vi metta a disposizione la miglior difesa legale esperta in responsabilità medica e che Vi segua dalla corretta compilazione del questionario di polizza (propedeutico alla sottoscrizione del contratto assicurativo), sino alla gestione in tribunale della vertenza a vostro carico.
Con questo non vogliamo assolutamente affermare la totale innocenza degli operatori in questione, perché quella la si potrà dimostrare solo dopo le analisi affidate alle autorità competenti. Vogliamo solamente evidenziare il fatto che nel nostro bellissimo paese è facile passare da eroi a capri espiatori e per questo è quanto mai essenziale per Voi avere la migliore assistenza possibile.

CONCLUSIONE DELLA VICENDA

Adesso, stando alla lettura degli avvisi di garanzia, sotto inchiesta sono finiti il medico di famiglia di Luigi Statira, alcuni medici dell’ospedale di Sorrento e i camici bianchi del Loreto Mare di Napoli, dove l’uomo è deceduto.
Bisogna fare una doverosa precisazione: L’avviso di accertamento irripetibile non equivale una sentenza di condanna, ma rappresenta un momento di accertamento di condanna nel quale si cercherà di verificare la fondatezza delle accuse. Dunque tutti i soggetti coinvolti avranno modo di far valere le proprie ragioni, nel tentativo di dimostrare la correttezza della propria condotta.

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21
Lug

Nuovi risultati nella lotta contro il Covid-19 dalle cellule staminali

Anche dalla Spagna arrivano i primi risultati di una sperimentazione clinica basata sull’infusione di cellule staminali mesenchimali su pazienti affetti da Covid-19.
Avevamo già parlato in un articolo precedente del ruolo centrale assunto dalle cellule staminali nella lotta contro il Covid-19.

PERCHÉ LE STAMINALI CONTRO IL COVID-19

Quando il virus SARS-CoV2 infetta il sistema immunitario dell’uomo in molti casi può svilupparsi come conseguenza una polmonite interstiziale. Il trattamento utilizzato per contrastare la polmonite è la ventilazione forzata del paziente, trasferito in rianimazione. La condizione di ventilazione forzata attiva il sistema coagulativo generando il rischio di processi trombotici, una delle concause che porta al decesso.
Per evitare la rianimazione, con i risvolti negativi conseguenti, sono state utilizzate diverse terapie farmacologiche da parte dei medici.
Le terapie attuate, purtroppo, su alcuni pazienti non attecchirono. In questi casi il trattamento con le cellule staminali mesenchimali poteva rivelarsi una speranza di salvezza, visto la loro azione anti-infiammatoria. Riducendo l’infiammazione si diminuiscono i processi che attivano il sistema coagulativo, portando alla riabilitazione dell’organismo.

LO STUDIO CLINICO BALMYS-19

Per lo studio Balmys-19, guidato dal Dr. Filipe Prosper dell’Università di Madrid, sono state arruolate 13 persone alle quali la somministrazione di antivirali e anti-infiammatori non aveva prodotto risultati. I pazienti, infatti, erano finiti in rianimazione con ventilazione forzata e, per questo, vennero scelti per il trattamento.
I dosaggi che ricevettero furono diversi: dieci pazienti due dosi, due pazienti una dose e un paziente tre dosi. Una dose media di cellule staminali mesenchimali era di 980.000 cellule per kg di paziente.
Successivamente all’infusione nessun paziente trattato ha manifestato sintomi avversi, mostrando il miglioramento di diversi parametri analizzati.
Passati 16 giorni, nove pazienti, cioè il 70%, hanno presentato miglioramenti e, tra questi, sette sono stati estubati e dimessi dalla terapia intensiva, dando prova degli ottimi risultati ottenuti dal trattamento.
L’infiammazione diminuì in tutti i pazienti e aumentò, al contempo, il livello di leucociti. Quest’ultimo dato dimostra la reattività del sistema immunitario.
È stato dimostrato infine che i miglioramenti avvenivano sia se le cellule staminali impiegate erano estratte da tessuto fresco sia se si trattava di cellule congelate.
In conclusione allo studio è stata raccomandata dai ricercatori molta prudenza, visto che le terapie cellulari, a differenza delle altre, sono considerate “farmaci vivi” e, per questo, devono essere somministrate da personale medico altamente qualificato, sotto la sorveglianza delle autorità sanitarie.

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21
Mag

Cellule staminali: incoraggiante terapia contro il COVID-19

LA DIFFUSIONE DEL SARS-CoV-2

Nessuno poteva immaginare che nel giro di un paio di mesi un virus appartenente a una famiglia a noi nota, quella dei Coronavirus, evolvesse in una maniera tale da costringere l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a dichiarare lo stato di pandemia che ha coinvolto il mondo intero.
La diffusione a macchia d’olio del SARS-CoV-2 e le ripercussioni sulla salute umana hanno fatto sì che numerosi studiosi di ogni settore sanitario abbiano intrapreso una lotta contro questo agente microscopico che sta cambiando la vita di tutti noi.
Le strategie adottate sulle persone infettate dal virus, che hanno sviluppato diversi sintomi, più o meno gravi, sono molteplici e comprendono terapie antivirali, idrossiclorochina, anticorpi neutralizzanti, riproposizione di farmaci utilizzati per altri virus e infusione di siero di pazienti in convalescenza da coronavirus.
Lo studio al microscopio di questo virus e del suo meccanismo d’azione ha evidenziato come questo si attacchi in via preferenziale a quelle cellule che hanno sulla loro superficie una molecola detta recettore ACE2, presenti in gran numero negli alveoli polmonari.
Quando il virus raggiunge i polmoni e infetta le cellule genera una tempesta citochinica di molecole infiammatorie, provocando i sintomi peggiori associati al Covid-19, cioè quelli che portano i pazienti in terapia intensiva. Questo ha portato ad indirizzare gli sforzi verso una cura che blocchi la formazione di questa cascata di molecole infiammatorie.

LE CELLULE STAMINALI APPLICATE AL VIRUS

Gli sforzi si sono dunque concentrati su una cura che blocchi la formazione della cascata di molecole infiammatorie, anche se, purtroppo, i trattamenti utilizzati fino ad ora non sempre hanno portato ad un miglioramento dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.
Pertanto gli studiosi hanno iniziato a ragionare su cosa potesse dare il maggior effetto antinfiammatorio, facendo ricadere la scelta sulla potenziale azione del trapianto di cellule staminali mesenchimali (MSC), cellule già protagoniste di numerosi studi clinici per l’evidente effetto immunomodulatorio e di mitigazione dell’infiammazione. La Cina, dopo diversi studi clinici, ha fatto da apripista verso questa direzione trapiantando cellule staminali mesenchimali ad alcuni pazienti affetti dal virus. I risultati preliminari hanno dimostrato che il trattamento con cellule staminali mesenchimali era sicuro ed efficace, dati i miglioramenti assunti dai pazienti.

IL PERCHÉ DELLA LORO EFFICACIA E DOVE PRELEVARLE

L’utilizzo di queste cellule risulta particolarmente efficace per via del loro potere immunomodulatorio. Stimolando la riparazione endogena dei tessuti, possono prevenire e ridurre la tempesta di molecole infiammatorie generate dal virus, migliorando al contempo i danni creati dal virus sull’ambiente circostante.
Il trapianto avviene attraverso una semplice infusione e, subito dopo, si vanno ad accumulare nell’organo più colpito, il polmone, proteggendo gli alveoli, prevenendo la fibrosi polmonare e migliorandone la funzionalità.
La fonte migliore da cui estrarre le cellule staminali mesenchimale è la gelatina di Wharton, il tessuto interno al cordone ombelicale.
Le stesse cellule prelevate dal midollo osseo, infatti, non sarebbero molto funzionali allo scopo in quanto al suo interno non è presente un numero elevato di queste cellule ed anche perché le modalità con cui viene effettuato il prelievo renderebbe il tutto più difficoltoso.
Le motivazioni che rendono il cordone una ottima fonte sono diverse:
– Le cellule staminali mesenchimali derivanti dal cordone ombelicale si moltiplicano molto più velocemente di quelle di altre fonti, condizione essenziale per essere una buona cura contro il coronavirus, la quale richiede milioni di cellule per dare un’efficacia clinica.
– Il cordone ombelicale e le cellule in esso contenute vengono prelevati in maniera non invasiva
– Le cellule staminali cordonali hanno delle caratteristiche immunologiche che permettono il trapianto da un paziente diverso dal donatore senza generare rigetto.

PRIMO PAZIENTE ITALIANO

Anche in Italia è avvenuto il primo trattamento di un paziente affetto da Covid-19 con le cellule staminali cordonali, in linea con gli studi effettuati in Cina, Israele e America, riportando risultati soddisfacenti. Si tratta di un paziente di 69 anni affetto da insufficienza respiratoria da Covid-19 e ricoverato presso l’Unità operativa di Terapia intensiva dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, trattato mediante due infusioni di MSC da cordone ombelicale a distanza di una settimana l’una dall’altra. Il trattamento a uso compassionevole non ha causato effetti collaterali e il paziente è sotto stretto monitoraggio clinico. I parametri relativi all’ossigenazione, infiammazione, coagulazione e funzionalità renale sono migliorati.
Questo ha portato a sottoporre all’AIFA una richiesta per una sperimentazione clinica su scala nazionale.
L’incoraggiante notizia di questo miglioramento è in linea con gli studi che stanno avvenendo nel resto del mondo, come negli USA dove la sperimentazione viene portata avanti Dr. Camillo Ricordi, massimo esperto nella terapia cellulare contro il diabete, professore all’Università di Miami ed oggi capo progetto dello studio clinico approvato dall’FDA americana, ha dedicato e dedica la sua vita alle terapie cellulari.
Eseguito come cura compassionevole, lo studio americano porterà 24 pazienti non responsivi ad altre terapie a ricevere più dosi di cellule staminali mesenchimali del cordone ombelicale amplificate in laboratorio. Le cellule iniettate nel circolo venoso si indirizzeranno spontaneamente nel polmone.
Lo studio in questione porterà a risultati in tempi brevi e fornirà scoperte che ci faranno riflettere sul futuro.

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21
Mag

I test sierologici per COVID-19: cosa sono, perché farli e quando non conviene

LE DIVERSE PROPOSTE DEI TEST

Ora che siamo entrati nella Fase 2 e il lockdown è terminato, le persone si apprestano ad uscire di casa e le domande che sorgono in vista della convivenza con il virus sono molte: Ho contratto il Covid? Ho sviluppato gli anticorpi? Sono ancora contagioso? Questi interrogativi hanno portato molti italiani ad andare nei laboratori privati per sottoporsi al test sierologico, dopo il gran numero di ordini effettuati dalle Regioni.
Anche molte imprese stanno facendo affidamento a questi test per verificare quanto il virus si sia diffuso tra i loro dipendenti.

COME FUNZIONANO?

Questi test servono a determinare tutte quelle persone che sono entrate in contatto con il Covid-19 raccontando la storia della malattia attraverso l’individuazione degli anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus e, ad oggi, sono disponibili tre tipi di test sierologici: uno qualitativo ad immunocromatografia, definibile “rapido” (con tempi di risposta di circa 15 minuti ma di minore precisione) e due quantitativi da laboratorio con due metodiche diverse (in chemiluminescenza e in ELISA).
Il test qualitativo riesce a stabilire attraverso una goccia di sangue o poche gocce di siero se una persona ha prodotto anticorpi ed è quindi entrata a contatto con il virus.
I test quantitativi invece, servendosi di un prelievo di sangue, dosano in maniera specifica la quantità di anticorpi prodotti e sono per questo considerati più affidabili.
Entrambi i test cercano due tipi di anticorpi: le IgM (Immunoglobuline M) che, espresse dai linfociti B entro 7 giorni circa dalla comparsa dei sintomi, calano con il tempo il loro livello per lasciar spazio alle IgG (Immunoglobuline G), prodotte dopo 14 giorni dai linfociti B differenziatisi in plasmacellule. Queste ultime indicano che l’infezione si è verificata già da diverso tempo e la tendenziale immunità al virus.
Note aziende di diagnostica, stanno lavorando a diverse categorie di test sierologici quantitativi o semi-quantitativi, al fine di individuare con una sensibilità pari al 99%, diverse classi di immunoglobuline. Alcune metodiche prevedono l’individuazione esclusivamente delle IgG mentre altre offrono un abbinamento tra IgM e IgG.
Inoltre sono al vaglio degli esperti metodiche che offrono la possibilità di avere una diagnosi di Covid-19 mediante test salivare.

COME FUNZIONA IL TEST QUALITATIVO

Il funzionamento del test qualitativo è basato sulla comparsa di 3 bande colorate (simili a quelle dei test di gravidanza), una per il controllo positivo e due per le classi di anticorpi testate.
Le diverse possibilità di risultato offerte da questa tipologia di test sono:
– Comparsa della sola banda di controllo = test negativo
– Comparsa della banda IgM = si è stati contagiati da relativamente poco tempo
– Comparsa della banda IgG = si è stati contagiati e si è guariti
– Comparsa di tutte le bande = si è in fase di remissione della malattia.

PERCHÉ FARLI E QUANDO NON CONVIENE

I test sierologici attualmente assumono valore solo se inseriti in analisi di sieroprevalenza o in indagini di sorveglianza di una popolazione, selezionata nell’ambito di specifici programmi a scopo di valutazione epidemiologica della circolazione virale. Infatti i test presenti oggi sul mercato non ci permettono di sapere se abbiamo conquistato una patente di immunità, cioè scoprire di aver già avuto la malattia e di essere guariti. Neanche se si ricorre ai test quantitativi che permettono di seguire i livelli di anticorpi (titolo anticorpale) di un soggetto nel tempo e vedere se il titolo anticorpale si mantiene sufficientemente alto da garantire la protezione nel tempo. Questo perché, come per altri virus, si devono prima stabilire dei livelli di soglia che permettano di evidenziare un soggetto immune da uno non immune, ovvero si dovrà valutare quali sono i livelli di protezione.
In sostanza i test sierologici, qualitativi e quantitativi, sono test orientativi, non diagnostici, che possono fornire alle persone un’indicazione precisa, ovvero se sono entrate o meno a contatto con il SARS-CoV-2 attraverso la rilevazione degli anticorpi.
Inoltre bisogna sottolineare che risultare negativi al test rapido non significa in assoluto non trovarsi in una fase latente e quindi che le IgM non si siano ancora sviluppate.
Per questo, fino ad ora, l’unica indagine accreditata dal ISS come validazione diagnostica per l’individuazione di Covid-19 resta il test molecolare basato sull’identificazione di RNA virale dai tamponi nasofaringei, seguito in RT-PCR, secondo i protocolli indicati dall’OMS, il quale però non da alcuna informazione sull’immunità acquisita e richiede tempistiche più estese (3h/96 test).

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